Pianista tumultuoso
Ha finito di vivere Sviatoslav Richter, leggendario pianista. E ha finito anche di morire. Per più di settant'anni aveva rappresentato il tumulto dell'esistenza: l'impeto acceso, ardimentoso, veggente con cui esaltava i più grandi momenti degli autori, la svogliatezza sbrigativa di quando non si sentiva in forma, l'invincibilità trascinante delle grandi serate, quando sembrava assediare il pianoforte con tutte le tecniche insieme, per costringerlo a stare al pari dell'idea e del suono che vedeva e sentiva. Poi aveva deciso che l'interprete deve togliersi il più possibile di mezzo, e limitarsi a guidare chi ascolta a venire a contatto con la grandezza dei grandi; aveva abiurato le grandi sale da concerto, e sceglieva per apparire solo nelle piccole sale: faceva spegnere ogni luce in sala, e nel profondo buoio, solo un faretto puntato sullo spartito. Un rito scarno e purificante, in cui si era costretti a rileggere da capo le musiche con lui, senza curare se le sedie scricchiolassero: che sogno strano e inquietante. Richter lo imponeva, ed egli stesso, rileggendo quelle pagine note da una vita, pareva le suonasse la prima volta: con stupore, attenzione, e nessuna pretesa di cercarne un senso compiuto che non fosse quello che potevano prendere da sole. Ecco perché sembra anche naturale che da due anni non suonasse del tutto. Come uomo, viveva una sua bizzarra e intensa interiorità; come interprete aveva da tempo cominciato a morire. Richter era un grande pianista: lo sapevamo già prima d'ascoltarlo in Occidente per la fama che proveniva dalla sua Russia, dov'era tra i mitici musicisti che lottavano nel duro tempo d'impronta staliniana: Sergej Prokofiev gli aveva dedicato alcune sue sonate. Poi arrivarono i dischi, precario ma suggestivo documento d'un'arte incantatrice: la nudità schietta e forte del suono in Musorgskij, il discorrere senza tempo di Schubert... E alla fine arrivò lui. Sconcertò, sollevò qualche fremito di disapprovazione e valanghe d'applausi. La grande forma classica per lui era celebrata ma anche messa a rischio ogni volta: Beethoven ne era il sommo realizzatore ma anche lo scardinatore. Mozart veniva suggerito appena. Poi, quand'era solo o con amici, a volte Richter si buttava a suonare le grandi pagine del teatro dell'opera, che amava fino da quando a Odessa aveva fatto il maestro sostituto per passione. Figlio d'un musicista, allievo del maestro Heinrich Neuhaus, aveva ricevuto le maggiori onorificenze russe. Ne sorrideva: era d'una semplicità disarmante. Ma per tutti gli 82 anni della sua vita non c'era chi, quando suonava, non tenesse sospeso il fiato, per non perdere neanche una delle parole silenziose che ci leggeva nella storia e oltre la storia.
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