venerdì 31 ottobre 2008

Intervista a Budapest 1954 di Imre Fabian

Intervista a Budapest 1954

di Imre Fabian
- Introduzione, Traduzione e Note di Giorgio Ceccarelli Paxton -


Introduzione
La presente intervista fu rilasciata da Sviatoslav Richter al giornalista Imre Fabian a Budapest per il giornale "Teatro e cinema" pubblicato il 19 marzo 1954. Essa fu probabilmente effettuata circa un mese prima [1] in occasione di un ciclo di 12 concerti tenuti in Ungheria (ben 8 a Budapest) dal 4 marzo al 3 aprile 1954. La riproponiamo traducendola dall’inglese così come ci è pervenuta. Essa è antecedente alle altre interviste del 1958 dello stesso giornalista, già presenti su questo blog.


Per tutti gli ascoltatori questa è stata una grande occasione per avere una testimonianza di come si suona Bach. L’interpretazione dei lavori di Bach nella prassi esecutiva è un argomento controverso, e a tutt’oggi non vi sono opinioni decisive, a causa del fatto che molti artisti non affrontano il problema. Abbiamo parlato di questo aspetto con Richter nella grande sala dell’albergo. Ci ha spiegato la sua opinione: che, in sostanza, è il significato intimo dello spartito a dare indizi precisi.
“Semplicemente, naturalmente, e senza emozione, la musica dovrebbe essere basata sull’“esperienza”; allo stesso tempo queste qualità devono fondersi con la più attenta considerazione. Io amo Bach così… Bach era uno straordinario essere umano che arrivava più vicino di altri a comunicare. Io non concordo con chi vede in Bach uno stile romantico.
Ho iniziato la mia carriera come pianista ripetitore di opere, e ho formato il mio stile musicale derivandolo da queste esperienze. Durante quel periodo ho imparato seguendo l’attenzione che i cantanti mettevano per le parole, e la cura attenta per i dettagli, e questa rigorosa disciplina l’ho applicata anche a me stesso”.
Non è obbiettivo del pianismo di Richter dimostrarsi un virtuoso della tecnica. “Non ho mai cercato di risolvere i problemi tecnici separatamente, ma considerandoli dal punto di vista musicale. Mi piace esercitarmi con intensità assoluta, e per questa ragione la durata e la quantità dei miei esercizi varia di giorno in giorno, perché mi siedo al piano solo quando sono convinto che il mio lavoro deve portare risultati: questa è la precondizione”.

L'Intervista

In una assolata mattinata primaverile abbiamo intervistato Richter. Egli è di umore gaio e vivace. Ride volentieri e alle domande risponde con intensità, spiega con la mimica delle mani, e occasionalmente va al piano verticale che sta nella stanza per dimostrare il suo pensiero.
Le nostre prime domande si riferiscono al modo di insegnare del Professor Neuhaus [2].
“A prima vista il significato artistico di Neuhaus sta nel suo approccio creativo con gli studenti. Egli spiega sempre un brano nella sua interezza e fa ogni sforzo per far capire ai suoi studenti la costruzione e il senso totale del lavoro. Il suo maggiore scopo nell’insegnamento consiste nell’ottenere una completa libertà, in tutti i suoi aspetti fisici e mentali. Da un punto di vista fisico, questo significa che si deve fornire uno sforzo fisico totale e allo stesso tempo suonare liberamente; in tutte le circostanze dare con il corpo intero tutta la forza necessaria” ha spiegato Richter.
“In sintesi, Neuhaus ha un grande rispetto per l’individualità dello studente, e si sforza di rivelare il suo potenziale. In questo modo egli si garantisce che dei molti grandi artisti di cui egli è guida, ciascuno abbia i suoi tratti peculiari…ho sempre creduto”, riflette Richter, “che il pianista ideale non deve manifestare se stesso, né deve proporre all’attenzione il suo approccio, ma piuttosto la musica, e le idee del compositore devono essere comunicate all’ascoltatore. Il suonare dovrebbe perciò essere adattato allo specifico periodo artistico, poiché l’individualità del singolo non deve inficiare il pezzo.
La nostra conversazione aveva raggiunto questo problema centrale, l’interpretazione stilistica del periodo. Abbiamo avuto l’opportunità di parlarne ancora, specialmente riguardo la sua opinione sull’interpretazione di Bach. “Se veramente raggiungiamo la profondità dell’opera, questo significa anche che creiamo l’atmosfera di quel periodo, che richiamiamo il suono originale” risponde Richter. “A questo proposito penso che non sia necessario imitare direttamente il suono originale degli strumenti, per esempio con il fortepiano o il clavicordo. Piuttosto bisogna ritornare all’atmosfera che circonda un lavoro, ed io voglio rispondere a questo requisito, se solo ho accesso agli strumenti adatti.”
“Quali pezzi di origine ungheresi ha incluso nei suoi programmi?” abbiamo chiesto a Richter.
“Suono un certo numero di pezzi di Liszt. Ambedue i Concerti, la Sonata in si minore, otto degli Studi Trascendentali [3], la seconda versione del Primo Mephisto Waltz, Funerailles, La valleè d’Oberman, ed altri ancora che sto studiando. Ancora non ho suonato lavori di Bartok, ma sto considerandone uno come possibile futuro progetto [4]. Sto attualmente studiando lo spartito del Terzo concerto per pianoforte [5].
Sto studiando duramente cosicché quando tornerò in Ungheria, avrò più pezzi di origine ungherese nei miei programmi”, dice Richter in conclusione.


di Giorgio Ceccarelli Paxton

Nella foto in alto: Sviatoslav Richter con l'amica e pianista ungherese Annie Fischer. (Gábor Fejér)

[1] Il 10 marzo 1954 Richter aveva suonato la Suite Francese nr.2 e sei Preludi e Fughe dal Primo libro del Clavicembalo ben Temperato. Il 15 marzo il Concerto in re minore con Ferencsik come direttore. (N.d.T.)
[2] L’intervista è stata fatta quando Neuhaus era ancora in vita, essendo deceduto il 10.10.1964 (N.d.T.)
[3] I nr. 1, 2, 3, 5, 7, 8, 10, 11. Richter avrebbe poi suonato un estratto dal nr. 9 (Ricordanze) nel film “Glinka” in cui, come è noto, impersonò, come attore, Franz Liszt. (N.d.T.)
[4] Richter mantenne la promessa suonando il Secondo Concerto per pianoforte di Bartok (con Ferencsik direttore) il 3.10.1958 a Budapest. (N.d.T.)
[5] Non ci risulta, però, che sia mai stato eseguito. (N.d.T.)


Di questi meravigliosi concerti del 1954 sono sopravvissuti diversi brani in registrazioni amatoriali. Inoltre nel cd [a] accluso al libro di Márta Papp [vedi sotto] (molto ben fatto, ma purtroppo disponibile solo in ungherese) "Szvjatoszlav Richter Magyarorszagon", edizioni AKKORD 2001, vi sono i seguenti brani: Bach – Suite francese BWV 813 – Allemande (10.3.1954); Ravel – Pavane pour une infante defunte (26.3.1954). Oltre a questi brani, sono presenti vari pezzi tratti da concerti dati da Richter negli anni seguenti (fino al 1993) [b].


Qui sotto la copertina ed alcune pagine tratte dal libro di Márta Papp "Szvjatoszlav Richter Magyarorszagon"

Márta Papp: "Szvjatoszlav Richter Magyarorszagon"

AKKORD

("Richter in Ungheria")



[a-b] Cd allegato

G. C. P. - 31 Ottobre 2008 - Sviatoslav Richter Recordings and Videos


Il libro, altamente raccomandabile, é disponibile attualmente in questo sito: antikahuraz.hu


Elenchiamo qui i programmi degli otto concerti di Richter a Budapest nel 1954

1954. March 4, Budapest, Academy of Music. Budapest Symphony Orchestra [BSO]. Vilmos Komor. Tchaikovsky: Piano Concerto in B flat minor, (encore) Rakhmaninov: Two Preludes, op.23/2,5

1954. March 8, Budapest, Academy of Music. Hungarian State Orchestra [HSO]. János Ferencsik. Schumann: Piano Concerto in A minor, (encore) Brahms: Intermezzi in A minor and E flat minor, op.118/1,6

1954. March 10, Budapest, Academy of Music. Bach: The Well-tempered Clavier I. Preludes and Fugues in C major and minor, F major and minor, A major and minor, Bach: French Suite in C minor, BWV 813, Mozart: Sonata in F, K.533, Beethoven: Sonata in F minor "Appassionata", op.57, (encore) three Chopin pieces

1954. March 15, Budapest, Opera House. Philharmonic Orchestra. János Ferencsik. Bach: Piano Concerto in D minor.

1954. March 24, Budapest, Erkel Theatre. HSO. János Ferencsik, Liszt: Piano Concerto in E flat

1954. March 26, Budapest, Academy of Music. Prokofiev: Sonata no.8, Ravel: Pavane pour une infante défunte, Gaspar de la nuit no.2, Valses nobles et sentimentales, (encore) Jeux d'eau, Alborada del gracioso

1954. March 27, Budapest, Academy of Music (youth concert). Mozart sonatas, Beethoven: Sonatas in D, op. 10 and in F minor "Appassionata", op.57

1954. April 3, Budapest, Opera House (gala performance on the anniversary of the liberation of Hungary), with the Moiseyev Ensemble and several Hungarian folk ensembles also participating.

Foto d'epoca: "nella classe di H.Neuhaus" ("L'Arte del Pianoforte" ed. 1958)


Фотографии к книге
Г. Нейгауз
«Об искусстве фортепьянной игры»

Москва 1958г.


Sopra: nota in calce di Heinrich Neuhaus (L'Arte del pianoforte, Mosca 1958)











- Fotografie -

1. H.Neuhaus in aula con alcuni studenti: il francese Gérard Frémy, l'ungherese Gabriel Amiras, la bulgara Snezanka Barova, la romena Maria Vlad; a destra le studenti sovietiche Lenina Popova e Marija Kruscelnyckaja. Conservatorio di Mosca.
2. H.Neuhaus con i diplomandi della Scuola Centrale di Musica: Natalia Fomina, Anton Ginzburg, Evgenij Malinin e Vera Gornostaeva. Mosca 1948
3. In classe di H.Neuhaus nel 1938, tra gli altri: Emmanuil Grossman, Teodor Gutman, Vsevolod Topilin, Sviatoslav Richter, Jakov Zak, Anatolij Vedernikov, G. Maksimova (vicini al maestro)
4. In classe di H.Neuhaus nel 1934: con gli assistenti V. Belov e Teodor Gutman, e con gli studenti di conservatorio E. Haskjna, M.Milman, O. Iljinskaja, S. Kaminskaja, E. Prokhorova, A. Klumoz.
5/6. Heinrich Neuhaus negli anni '20 e '50'
7. Felix Mikhailovich Blumenfeld (Parigi inizio '900)
8. Leopold Godowsky
9/10. Foto degl'anni '40/'50: Sviatoslav Richter e Emil Gilels

giovedì 30 ottobre 2008

Con il Quintette Moraguès al Châtelet

"Sviatoslav Richter au Châtelet"
11 Octobre 1992 - Paris. Avec le Quintette Moraguès

"Ce fut un miracle d'humanité
.
Il prend tous les risques, non de virtuosité mais de nuances.
Superbe, sans viser à éblouir"

L'apparition de Sviatoslav Richter au Châtelet, dimanche soir, aura été un supplément inattendu au gala annuel du Comité national pour l’éducation artistique. Une tournée opportune et des relations privilégiées ont permis de monter cette soirée en quelques jours. La nouvelle s’était répandue comme une traînée de poudre, emplissant la salle de l’orchestre au plafond, avec un prix alléchant de 50 francs consenti aux étudiants. Au programme, Sviatoslav Richter et le quintette à vent Moraguès.
Un quintette à vent avec sa flûte, son hautbois, sa clarinette, son basson et son cor, c’est un concentré du génie bricoleur humain. Ces objets aux formes vraiment pas raisonnables diffèrent les uns des autres pour le seul plaisir de sonner un peu autrement à l’oreille. Les caprices de construction qui doivent autant aux calculs rigoureux qu’à l’empirisme tâtonnant conditionnent l’intimité des heureux utilisateurs de ces instruments qui passeront leur vie, les uns à suçoter des lamelles de roseau jamais parfaitement adéquates, les autres à purger la tuyauterie entre largo et presto.
Pourtant, toute cette quincaillerie peut produire du velours, de l’impalpable quand elle est maniée par des artistes comme ceux du quintette Moraguès. Parmi ces cinq mousquetaires, trois sont frères, Michel le flûtiste, Pascal le clarinettiste et Pierre le corniste, avec des parcours identiques : premier prix du Conservatoire de Paris, premier prix de concours internationaux et jeunes piliers des grands orchestres parisiens. L’un est au National, l’autre à l’Opéra, le troisième à l’Orchestre de Paris. Ils ont élargi le cercle de famille à David Walter, hautbois, et Patrick Vilaire, basson, ne serait-ce que pour pouvoir jouer la « Sérénade K. 388 » de Mozart. Vous avez dit Mozart ? Oui ! Bien qu’on soit en 1992, on peut encore l’entendre, et cette sérénade, à l’origine pour octuor, est tout autre chose qu’une pièce galante telle que sa dénomination le laisserait supposer. Il y a une gravité dans le sourire qui laisse présager des pincements de coeeur. Le menuet, complexe dans ses carrures décalées, transcende les lois du genre. Les interprètes ont le style dans la peau, l’énoncé de la phrase est déjà dans la prise de souffle ; quant au spectateur il retient le sien, suspendu à ces sons qui pèsent le juste poids de la musicalité.
Puis c’est Richter, le mythe. Il y a dans la salle des enfants qui pourront raconter plus tard… Raconter que Richter, c’est d’abord le piano, presque jusqu’à l’indiscrétion, avec des touches qu’on enfonce et des marteaux qui frappent. Il choisit des « tempi » qui permettent de tout entendre, sans les brouillages de la rapidité ou de la pédale. Il joue la sonate de Beethoven no 17. Arpèges, notes suspendues. Ce n’est pas de la musique pour anesthésier et faire passer les petites contrariétés de ce monde. C’est une façon de jouer qui s’acharne. Rien n’est jamais acquis à l’homme. Et, avec Richter, la dualité beethoviennne n’est pas un vain refrain. Il prend des risques, non pas de virtuosité, mais de nuances, de lest, de tension. A chaque instant il se passe quelque chose de décisif qui touche à l’humanité, qui engage l’interprète aux côtés de celui que Richter appelle lui-même cet « ancien ami », le compositeur. Acharnement. Don du silence. On dit souvent d’un grand pianiste qu’il joue les passages les plus ardus comme si c’était facile. Avec Richter, la notion de facilité est exclue. Il déroule un trait superbe, un trille parfait, sans viser l’éblouissement, trop élégant pour être brillant, trop concerné pour que la souffrance ne soit pas tapie quelque part.
Et si le public ému réclame un bis, il n’offre ni une tarte à la crème ni une tartine de beurre, mais carrément une sonate entière (...) C’est une oeuvre de relative jeunesse qui a clos cette soirée : le quintette pour piano, clarinette, hautbois, cor et basson en mi bémol majeur de Beethoven. Signalons que Richter ne s’est pas livré au même jeu que le compositeur qui, tenant la partie de piano, profita d’un silence pour improviser, s’amusant à voir ses partenaires perplexes, car ne sachant comment saisir au vol l’instant de leur retour au jeu. Ce fut néanmoins une sorte de détente et l’occasion de s’émerveiller de la connivence entre le pianiste et les autres instrumentistes qui ne s’étaient rencontrés que cinq jours auparavant. Mais ils ne se quittent plus, en tournée à Anceny, Nantes, Fontevrault, jusqu’à l’inauguration du Festival à Moscou dont s’occupe Sviatoslav Richter.

L'Humanité, 16 octobre 1992 - Hélène Jarry

lunedì 27 ottobre 2008

"Il suo nome è già un simbolo" di Vera Gornostaeva

"Il suo nome è già un simbolo"
di Vera Gornostaeva [1]

Muzykal'naja žizn' n.12 anno 2007 pp.15-18

- Traduzione di Valerij Voskobojnikov -

Richter rappresentava un fenomeno particolare, che in un certo senso si riferiva agli aspetti fondamentali della scuola di Neuhaus. E' un fenomeno molto interessante. Neuhaus, la sua classe e la sua scuola rappresentavano l’interpenetrazione delle due culture alle quali egli apparteneva in uguale misura, quella europea e quella russa. In questo senso Slava rappresentava la continuazione di Neuhaus e per questo motivo gli era così consono da diventare il suo allievo preferito. Ambedue erano uniti dallo spazio della cultura mondiale, dalla quale derivavano le radici dell’uno e dell'altro. Slava è nato a Žitomir, un'altra coincidenza: anche Neuhaus è nato in Ucraina, a Elisavetgrad. In tutti e due il sangue slavo era mescolato a quello tedesco: Richter aveva madre russa e padre tedesco, Neuhaus aveva madre polacca e padre tedesco. In entrambi i casi è evidente l'unione dell’elemento slavo con quello tedesco. Immaginatevi il padre di Richter, organista, che tutta la vita ha suonato questo strumento; attraverso di lui Richter si è imbevuto di tradizioni europee.
Neuhaus ha vissuto una parte della vita in Europa, ha studiato a Berlino, in Italia, a Vienna da Godowski, nella sua gioventù. Poi è rientrato in URSS e fino alla fine dei suoi giorni là è rimasto bloccato: ad un certo punto è stato autorizzato ad andare a Varsavia, poi ancora a Praga ma poi da nessun'altra parte.
Richter era naturalmente attratto da Neuhaus, e i due si sono immediatamente uniti spiritualmente. E' del tutto evidente che queste due persone erano predestinate l'una per l'altra.
Questo tema, quello della miscela di culture nel processo creativo di Richter, è per me molto importante. Perché noi, cresciuti ai concerti di Sofronizkij, della Judina, ci siamo scontrati con qualcosa che per noi era inatteso. Dopo gli Studi sinfonici di Sofronizkij respiravamo un’aria completamente diversa negli stessi Studi sinfonici nei concerti di Richter. Era uno Schumann completamente diverso.
Ecco l'episodio che mi è venuto in mente all'improvviso adesso. Una volta Slava invitò a casa sua me e Alik Slobodjanik[2]. E all'improvviso propose di ascoltare l’Humoresque di Schumann nella sua esecuzione (una cosa per lui molto insolita!). Disse: “Sapete, l'ho registrato tanto tempo fa, l’ho persino dimenticato, m'interessa sentire che musica sia”. Mise su il disco. Sentii nel suo Schumann l'influenza della filosofia tedesca. Nell'esecuzione di Richter c'era il grande idealismo tedesco che vive nella musica di Schumann. Tutte le immagini liriche dell'Humoresque erano lette con tale purezza, tale altezza, prive della sensualità alla quale eravamo abituati in Sofronizkij. La musica di quest'ultimo era sempre terrena – le incrinature, le crepe, il suono sensuale del pianoforte e il timbro profondo della stessa voce dello strumento. Mentre la musica di Slava era come se fosse quasi sterile, planante, liberata dalla carne terrena. A momenti sembrava un po' troppo “alla tedesca”, in particolare il secondo brano. Veniva voglia di sentire qualche rubato, un po' di disinvoltura. Invece qui tutto era metronomico. La metronomicità del tema mi costrinse a pensare, ma allora non mi concentrai troppo su questo...
Dunque, ascoltammo l'Humoresque. Silenzio. Cosa si può dire in presenza di Richter della registrazione appena ascoltata? Noi imbarazzati tacevamo. Esprimere ammirazione? Sarebbe stato banale ... Richter non è la persona adatta ad atti di ammirazione in sua presenza. Non dicemmo nulla, soltanto lui stesso all'improvviso disse in modo sconsolato: “Eppure sono un terribile pedante”. Non scorderò mai il modo in cui disse: “terribile pedante” a proposito del proprio disco. Ed ho capito perché: proprio a causa di questa metronomicità, che notò lui stesso. La ascoltò come se si fosse visto allo specchio, si trattava di giudicare sé stesso, e non uno dei brani, ma forse tutta l'interpretazione nell'insieme. “Eppure sono un terribile pedante”.
E poi: “Andiamo a bere il tè”. Richter nei propri riguardi era severo... no, la parola “severo” non va, era crudele, senza pietà con se stesso, si metteva i voti da solo. E molto raramente era contento. Una volta suonò in modo assolutamente geniale gli Studi sinfonici nella Sala Čajkovskij. Stavamo seduti accanto a Rudolf Kerer[3]. Me la ricordo ancora questa esecuzione. Ero sconvolta, anche se già molte volte avevo ascoltato questa composizione nella sua interpretazione. Nella seconda parte ci furono i Quadri d'una esposizione e anche questi l'avevo ascoltati molte volte. Questa volta si trattò di una variante passabile, diciamo per lui non molto riuscita. Ed ecco la reazione del pubblico: dopo la prima parte applausi educati, buoni, solidi, mentre dopo la seconda urla, rumore, quasi uno scandalo. Siamo corsi da lui nel camerino con Rudolf. Appena uscito dal palcoscenico, sudato, senza aver suonato ancora nessun bis, si è girato verso di noi: “E allora, allora... Ecco. Suoni per loro. Ho suonato in modo decente – disse modestamente – gli Studi sinfonici, e tre applausi. E non ho suonato tanto bene Musorgskij e guardate cosa sta succedendo”. E lo disse con tanto avvilimento, in un modo così commovente.
In genere era una persona umile, solo adesso mi rendo conto fino a quale punto lo fosse. Ogni giorno vediamo qualcuno che non presenta assolutamente niente di importante, si gonfia, ogni giorno appare in TV, si fa una volgare autopubblicità, s'infila nella politica, non si schifa di nulla, gli basta riempire la stessa sala, udire le stesse urla tanto desiderate.
Richter aveva una gloria di dimensioni planetarie, e questa gloria gli è crollata sulle spalle. E’ sempre una tentazione diabolica, la tentazione di essere così famosi. Una citazione da Pasternak: “Essere famoso non è bello...” E sì. Essendo così tanto famosi come lui, si poteva facilmente mantenere una calma olimpica nei riguardi delle proprie interpretazioni. Tanto più che attorno c’erano solo lodi e voci di adorazione. Queste provenivano da tutti tranne che da Nina[4], che era il suo giudice più sincero e fedele. V'immaginate quanta adulazione, quanti fiori circondavano quest'uomo, quali recensioni? E come si fa a restare umili? Ma la sua natura era diversa. Frequentandolo, ho visto prima di tutto un atteggiamento ironico verso sé stessi. In lui non si vedevano mai cose come la “autotranqullizzazione”, la “autostima”, per non parlare poi di sufficienza, perché non è applicabile alle persone come lui.
... Ad esempio una sua qualità che adesso si ricordano tutti: davanti a lui non si poteva parlare male degli altri. Ecco, si sta insieme, si comincia a discutere e immancabilmente s'inizia a sparlare di qualcuno. Ma in sua presenza questo non poteva succedere! Immediatamente cambiava discorso. Se si cominciava a dire qualcosa di brutto sul conto di un musicista, lui subito ricordava qualcosa di positivo. Era evidente che per lui era sgradevole. E siccome per noi lui era una persona attorno alla quale c'era un'aura particolare, involontariamente obbedivamo a quest'ordine sottile e quasi nascosto. Davanti a lui era impossibile dire trivialità, volgarità, raccontare barzellette eccessivamente frivole. Non gli si confaceva.
Negli ultimi anni c’era il disamore per le visite rituali dei complimentanti in camerino. Dopo il concerto scappava via. Capiva che era una tradizione senza senso: tu stai la, ti vengono a trovare, ti fanno i complimenti, tu rispondi qualcosa. Non amava le formalità. Non amava e non rilasciava interviste. Guardava con ironia tutto ciò che gli era “attorno”.
Non amava perdere tempo. Mi ha contagiato con questa comprensione del valore del tempo. Non deve sfuggire come l'acqua nella sabbia, come capita a noi di continuo.
Non guardava la televisione. Una volta mi disse: “Vera, lo sa, non si deve guardare la televisione, è terribilmente dannoso. Lì c'è una radiazione”. Certamente non perché volesse proteggere la salute, ma semplicemente la televisione rappresentava l'esempio di quella vanità che per tutta la vita aveva fuggito. Televisione, chiacchiere a tavola, al telefono, tutto questo non era per lui, e non faceva parte di lui.
Richter non parlava volentieri al telefono, lo sapevano tutti quelli che lo conoscevano da vicino. “Posso parlare con Sviatoslav Teofilovič?”. “Sapete, non parla al telefono”. “Come?!”. “In genere, mai”. Parlava al telefono con una sola persona, Nina L'vovna. Una volta me lo spiegò (è successo quando ancora abitava nella vecchia casa, nel Brjusov): “Vera, sapete, ho capito che il telefono è il più grande male della vita umana”. Ho risposto: “Si, tutti noi lo comprendiamo”. “Allora, io l'ho capito sul serio. Si immagini, lei si alza al mattino pieno di forze fresche e con la sensazione di una certa purezza della giornata a venire. E cosa accade? La chiamano al telefono, diciamo in due ore la chiamano otto persone. E lei sente che in queste due ore si è consumato, si è speso, si è sporcato... Lo sa, cosa ho fatto io? Ho smesso di pagare il telefono. Per liberarmene”. “E poi cosa è successo?”. “E' arrivato l'impiegato dei telefoni e ha detto: Cittadino Richter, lei non ha pagato il telefono da tre mesi. Cosa intende fare? Non pagare? Paghi, se no, le staccheremo la linea”. Io gli ho risposto: “Caro mio, me la stacchi, per favore. A me il telefono non serve”. E quello: ”Non faccia il cretino! Glielo stacco sul serio”. “Prego”. E gli staccarono la linea telefonica, nella sua “metà” della casa non c'era il telefono[5].
E quando loro si sono trasferiti in via Bronnaja, non gli hanno messo il telefono per niente. Il telefono ce l'aveva la povera Ninočka, che rispondeva a tutti e per tutto.
Perché tutto ciò? Ho già detto che non amava le vanità. Non amava sprecare la vita per delle sciocchezze. Se uno andava a trovarlo, capitava in uno scenario preparato in anticipo. Di solito cosa succedeva? A cena si sta a tavola per tre ore, poi ci si separa senza avere acquisito nulla di nuovo. Mi ricordo molti inviti da Richter e ogni incontro aveva un programma speciale. Ed era sempre legato alle opere d'arte: musica, pittura, teatro. Per esempio, organizzava una mostra di quadri di Picasso. Là si trovavano anche le opere regalate da Picasso (Sviatoslav Teofilovič lo conosceva). Sul tavolo un unico raro libro, consultato da tutti: Carmen illustrata da Picasso. Per la buona riuscita della mostra, Slava era capace di inventare qualsiasi cosa. Allora abitava ancora nel vecchio appartamento, dove c'era una stanza molto grande, detta “sala”; del resto la “sala” c'era anche nel nuovo appartamento. Slava desiderava assolutamente avere in casa una simile “sala”. E tre stanze si univano in una sola.
Nina L'vovna si lamenta che in casa c'è il manicomio: Slava prepara la mostra di Picasso. Tormenta tutti: la mostra di Picasso, assicura, non può svolgersi in una sala rettangolare, ci dev'essere ad esempio una sala con sette angoli, corrispondente alla pittura. Ed operai specializzati lavorano dal mattino alla sera, costruendo col compensato o col cartone questi “sette angoli” come lui aveva progettato. Dopo, tutto doveva essere coperto da una stuoia grigia (e bisognava riuscire a trovarla nei tempi sovietici!). Sopra ogni quadro aveva sistemato l'illuminazione come in un vero museo. Mi ricordo quando siamo arrivati, come ci accompagnava personalmente e come era felice e come aveva scelto la musica adatta a Picasso. Si trattava di una azione spirituale. Si usciva dalla casa con la sensazione di una assoluta e indimenticabile unicità della serata.
Spesso ricordo un Natale in casa di Richter. Per la prima volta ho visto un albero di Natale che non assomigliava agli alberi della mia infanzia. Slava stava facendo le magie nella “sala”, mentre noi aspettavamo nella stanza piccola. A mezzanotte meno cinque ci ha chiamati. C'erano i candelabri, le candele, che lui accendeva con una torcia, c'era un magnifico enorme bellissimo abete fino al soffitto, non c'erano giocattoli, ma soltanto ardevano le candele di cera, e da sopra scendevano fili d'argento. E l'albero baluginava ... Sotto suonava un carillon. Un particolare carillon svizzero, molto caro, che Richter aveva portato da fuori, e che suonava magnificamente e molto a lungo. Non riconobbi la musica, ho solo indovinato che era vecchia musica tedesca, del romanticismo tedesco. Mi ha chiesto: “Lo sa cos'è questa musica?” “No”, ho risposto arrossendo. “E' Humperdinck, un compositore dimenticato”.
E sotto l'albero di Natale c'erano i regali, per tutti. Lo “scenario”, tutto, era stato creato da Slava. Si alzò Dmitrij Nikolaevič Žuravlëv[6] per recitare Stella di Natale dal Dottor Živago, che ascoltai per la prima volta in questa casa. Recitava in modo sconvolgente. Dopo la prima strofa ho capito che era Pasternak, ma un Pasternak che non conoscevo. Assorbivo quei versi geniali, che, naturalmente, ho poi amato per tutta la vita. “E. come una strana visione di tempi venturi/ S'alzava in lontananza tutto quel che poi avvenne. /Tutti i pensieri dei secoli, i sogni, tutti i mondi, /Tutto il futuro di gallerie e musei, /Tutti gli scherzi delle fate, le opere dei maghi, /Tutti gli alberi di Natale del mondo, tutti i sogni dei bimbi”.
E dopo, Slava, piano piano s'avvicinò al pianoforte. Ed iniziò a suonare frammenti dai Bunte blätter di Schumann, la seconda metà. Tutto ciò è avvenuto nel silenzio, meraviglioso, religioso, come se stessimo alla messa. Ed era una messa, detta nella lingua dell'arte, diciamo così.
La regia della comunicazione. Un'enorme lavoro preparatorio, per questo non si risparmiavano né le forze, né il tempo. Per quale motivo faceva tutto questo? Cos'era? Un gioco infantile di una persona adulta? Di vantaggi, nessuno. Non veniva riportato dalla stampa. Nessuna pubblicità, né soldi, nessuna cosiddetta “utilità”. Sembrava inutile per scopi immediati. Ma in questa meravigliosa passione infantile per il gioco – ma non solo – c'era il desiderio di avvicinare le persone alla spiritualità. E questo mi entrò dentro per sempre.
L'universalità di Richter. Questo non proviene da Neuhaus. Neuhaus era particolarmente sensibile alla parola. Adorava la poesia, conosceva molti versi. A memoria tutto Puškin. In questo immediatamente siamo andati d'accordo con lui, perché anch'io sono stata intossicata dalla parola fin dall'infanzia. Il mondo di Richter è la pittura, il teatro. Non aveva la stessa passione per la poesia, come Neuhaus. Mi diceva: “Che memoria la sua! L'invidio sempre per come conosce le poesie”. Ma aveva le sue predilezioni letterarie. Tra queste ricordo Hermann Melville, Moby Dick. Da noi uscì allora Moby Dick con le magnifiche illustrazioni di Rockwell Kent. Slava mi disse: “Deve assolutamente leggerlo”. E aveva gli occhi talmente accesi che, naturalmente, lo lessi.
Se posso dire che il mio maestro è Neuhaus, allora posso anche dire che il mio secondo maestro è Richter. Certamente egli rappresentava l'esempio, il modello. Ricordo che ancora ragazza guardavo come s'inchinava: da una parte, all'orchestra, e dall'altra parte, all'orchestra, e dopo in sala, al pubblico. Guardavo e cercavo di memorizzare, ecco, così...
Verso di noi, i cuccioli, aveva un atteggiamento bizzarro. E molto protettivo. Io l'ho conosciuto – terribile da dire! - cinquanta anni fa. Avevo 17 anni, appena entrata nella sua classe. Ricordo che all'epoca mi piaceva molto The Forsyte Saga. Deliravo per questa Saga. Mi trovavo in casa di Neuhaus, finita la nostra lezione, ed arrivò Richter. Giovane (allora aveva 33 anni), magro, pazzescamente bello, con una bella corporatura. Lo avevo già incontrato in via Herzen, mentre camminava per strada, masticando un filone di pane: appena comprato dal fornaio e lo masticava con le sue mascelle teutoniche...
Genrich Gustavovič mi ha presentato. E siamo usciti per strada insieme a lui! Mentre camminavo, pensavo: “Di che cosa posso parlare con lui?” A 17 anni ero una selvaggia ... Tutta contratta, dissi: “Slava, a lei piace The Forsyte Saga?” Lui mi guardò, comprendendo perfettamente il mio stato di adorazione infantile, e disse: “Ma sì, ma sì, certamente, è buona letteratura inglese di qualità”. Io intuii nel suo atteggiamento verso questo libro una certa freddezza, mi misi in guardia, pronta a difendere la mia opera preferita. E lui teneramente: “Non le sembra che ogni tanto assomigli ad una cartolina illustrata ben colorata?” Ascoltavo spaesata. “Ad esempio, Irene...” E all'improvviso capii: bella, eppure non è viva. Soms, quello sì, è vivo, ed io avrei potuto difendermi. Ma, con Irene, aveva centrato precisamente.
Mi piaceva fargli domande sulla musica. Faceva delle osservazioni molto sorprendenti. Una volta gli ho chiesto (lui suonava il Quarto Studio di Chopin in un tempo folle e con temperamento demoniaco): “Che cosa s'immagina qui?” E lui all'improvviso: “Il pattinaggio artistico”. “Chopin e il pattinaggio?” Ride: “Sa, quando girano sulle punte. No, naturalmente non quelle belle piroette e le pas, non quelle. Si ricorda il turbine nello Studio di Chopin, così dinamico, così pungente e tempestoso. Ricorda quando loro girano sulle punte... e persino il ghiaccio scricchiola!”
Preludio e Fuga di Bach, secondo volume, in la minore. Lui: “Come? E' chiaro cosa c'è lì: la fuga di Maria in Egitto. Strisciante, misterioso, questi cromatismi striscianti, che camminano attentamente sui sentieri. E la Fuga – la strage degli Innocenti. Le spade incrociate”.
La fuga in Egitto! Le spade incrociate! Un’immagine precisa. Non si trova né in Henri Perrot, né in Schweitzer, né nel nostro Javorskij. Di questa immagine evangelica non ho letto da nessuna parte, proviene da Richter. La utilizzo ancora oggi, quando lavoro con i miei allievi.
La messa funebre per Richter è stata celebrata nella chiesa ortodossa. Molti si sono meravigliati: “Perché, era ortodosso? Oppure...” Non gli ho mai fatto domande su questo tema, sarebbe stato fuori luogo, non era importante. A differenza di coloro che con un largo gesto si fanno la croce di fronte alle telecamere, lui non lo ha mai fatto. Non esibiva la croce, in genere nessuno conosceva questo lato della sua vita. Ma si poteva dedurre da molti segni che era credente: da come non parlava male degli altri, dall’incredibile disinteresse che lo distingueva. Da come non ha risparmiato nulla, e negli ultimi anni abitava presso amici all'estero. E non aveva nessun capitale, questo grande pianista, a differenza degli altri grandi...
Adesso mi vengono in mente le discussioni con lui sulla religiosità della sua vita vissuta. La religiosità nel riconoscere la propria missione, comprendere il tempo che ti è stato destinato, la comprensione di quello spazio spirituale nel quale tu devi vivere, solo questo e nessun altro! E in questo spazio spirituale non faceva entrare nessuno a lui estraneo. Mai visto in casa sua nessun burocrate, nessuna agitazione triviale e contingente. Era un mondo completamente diverso, era il suo mondo.
La missione dell'artista. Ricordo una conversazione. E' successo dopo l'espulsione di Aleksandr Solženicyn dall'Unione degli scrittori[7]. Arrivò Stasik Neuhaus; grazie ad amici letterati si era procurato lo stenogramma della riunione durante la quale avevano espulso Solženicyn dalla sezione di Rjazan'. Stasik lesse, noi eravamo indignati: allora tutta la nostra intelligencia ribolliva.
Slava stava seduto nella poltrona, ci guardava e dolcemente sorrideva. Sul suo viso una dolce ironia. Poi disse: “Non capisco, perché siete così indignati? L'Unione degli scrittori sovietici è un’unione di pessimi scrittori. Mentre Solženicyn è un bravo scrittore. Allora perché dovrebbe stare in questa unione?”
Osservai: “Slava, si tratta comunque di un uomo, che adesso viene perseguitato, e ora sta male”. E lui: “Un uomo con un intelletto simile a quello di Solženicyn è un profeta. Come non capire che un profeta sa cosa sta per affrontare? Non vi è chiaro che lui sapeva benissimo che cosa sarebbe poi successo? Sapeva che cosa gli sarebbe crollato addosso. Ma lui è felice. Vorrei essere al suo posto. Avere il suo dono di dire tutto ciò che ha detto. E' felice per aver compiuto la propria missione!”
Rimasi colpita da quelle parole. Pensai: “Dio mio, è un punto di vista assolutamente religioso”. Più tardi mi resi conto che la nostra indignazione proveniva dalla ignoranza di certe leggi superiori. Mentre Solženicyn stesso dopo ha descritto tutto questo nel libro autobiografico "Quando il vitello incorna la quercia": del come lo spingeva in avanti una forza sconosciuta, come lo proteggeva qualcuno o qualcosa, lo proteggeva affinché egli potesse fino in fondo compiere la propria missione. Dio lo ha salvato dal cancro, lo ha salvato dal KGB, è stato spinto fuori dal paese, ma non l'hanno ammazzato ... E Richter che non sapeva nulla di tutto ciò, lo ha indovinato. Vuol dire che comprendeva cose che stavano più in alto di noi.
Avendo voltato la schiena alla politica, stando sempre fuori dal regime, fuori dal potere, egli si è separato in modo geniale da tutto questo. Per lui non era facile proseguire per una strada come questa. Vi potete immaginare quante volte il regime si scagliò contro di lui. E quante volte diventava una vittima delle numerose provocazioni da parte del regime, che voleva utilizzarlo come una propria etichetta, come un suo modello, per dimostrare i suoi successi. E lui si è sempre allontanato. Era umile e mite. Ad esempio, consegnava umilmente le proprie “percentuali” [8] al Goskonzert. Il Goskonzert guadagnava con i concerti di Richter cifre gigantesche mentre lui prendeva da questi concerti estremamente poco, soprattutto a confronto con gli altri il suo distacco risultava particolarmente mostruoso.
Però quando si seppe che in America sua madre si era ammalata gravemente di cancro (Slava ha dato lì, pare, circa trenta concerti), lui lasciò tutto il suo onorario a lei. Ed è tornato a casa a mani vuote. Si presentò al Goskonzert e disse: “Non ho portato nulla”. “Come sarebbe? Che cosa?!” Disse: “Mia madre sta morendo di cancro, ed io ho lasciato tutti i soldi a lei”. Non ha telefonato, non ha chiesto, non ha concordato. In alto, nel KGB, hanno fatto una riunione, hanno chiarito. E poi hanno fatto finta di nulla, come se nulla fosse accaduto.
Slava, quando riteneva giusto fare qualcosa, la faceva. Non aveva paura dinanzi al regime. Semplicemente gli girava le spalle. Si racconta (una cosa molto caratteristica di lui), che quando Solženicyn si trasferì nella dacia di Rostropovič (e Richter considerava molto Solženicyn, lo stimava e lo ammirava; il fatto che Aleksandr Isaevič sia venuto alla messa funebre di Richter in chiesa mi ha molto rallegrato), allora, si racconta che il ministro della cultura di quei tempi Furzeva avrebbe detto a Sviatoslav Teofilovič: “Senta, non potrebbe in qualche modo convincere Rostropovič? Sono in una situazione orrenda, mi convocano continuamente in alto e mi dicono: “Cos'è? Dal tuo Rostopovič sta vivendo Solženicyn, bisogna smetterla, è impossibile!” Richter le rispose: “Ekaterina Alekseevna, se Rostopovič caccerà via Solženicyn, sarò costretto a prenderlo in casa mia. Non può vivere in mezzo alla strada. Dove dovrebbe abitare, secondo lei?”
In lui la voce della coscienza era molto forte. Quando morì Maria Veniaminovna Judina[9] e le autorità non volevano predisporre da nessuna parte un locale per la cerimonia commemorativa, Nina L'vovna si dette da fare come una pazza, telefonando a tutti, a chi poteva, in alto. E alla fine fu costretta a contattare Irina Antonovna Šostakovič (per non disturbare Dmirij Dmitrievič, allora molto malato). Slava stava tornando dal Giappone, come sempre facendo dei giri: attraverso il Kasachistan, gli Urali, suonando dappertutto. Alla vigilia degli avvenimenti di cui si sta parlando, sembra che si trovasse ancora dalle parti di Čeljabinsk, stando in contatto telefonico con Nina. Lei gli raccontò che non si riusciva a sistemare la bara con il corpo di Maria Veniaminovna da nessuna parte. Richter disse: “Dio mio! Ma tutte le sale dovrebbero battersi per avere l'onore di ospitare questa bara”. Alla fin fine con l'aiuto di Šostakovič si riuscì ad ottenere l'atrio della Sala Grande del Conservatorio. La parte musicale della cerimonia Nina L'vovna la affidò a me. Invitai le persone spiritualmente consone alla Judina. L'unica persona che non mi decidevo di invitare era proprio Sviatoslav Teofilovič. Lui era già a Mosca, per un solo giorno, e poi di nuovo doveva volare continuando le tournée in Europa o forse in America. Essendo stato fuori casa da due mesi, naturalmente gli si erano accumulati una montagna di impegni...
Mentre si svolgeva l'ultima, terza, parte musicale (suonarono Nasedkin, Virsaladze, Ljubimov, Stasik Neuhaus, cantò il complesso “Il madrigale”, mentre io avevo inaugurato con il primo movimento del Chiaro di luna), nella folla si sentì un brusio: vidi un'alta figura, stava arrivando Richter. Poi, quando ormai era andato via, domandai a Nina L'vovna: “Ninočka, com'è successo che Slava è venuto?” Lei rispose: “La sera prima mi aveva chiesto: “ Ninočka, lei cosa ne pensa, dovrei comunque suonare alla celebrazione di Maria Veniaminovna?” Nina: “Slavočka, decida lei stesso. Domani avrà una giornata molto pesante. Lei potrebbe certamente non suonare”. E lui mi disse: “No, Ninočka, penso che dovrei suonare... Si, si, suonerò”.
... Attraversando la folla, mi si avvicinò sorridente. Aveva gli occhi allegri, pieni di luce (la percezione religiosa della morte?). “E lei che coordina tutto qui? Potrei andare io dopo Stasik?” Domandai: “Che cosa vorrebbe suonare?” “E' un segreto. Adesso sentirà”.
Slava eseguì il Preludio di Rachmaninov in si minore.

Vera Gornostaeva

[1] Vera Gornostaeva, allieva di Neuhaus, attualmente é docente al Conservatorio di Mosca e occupa la cattedra che prima occupava Heinrich Neuhaus. (Foto in alto)
[2] Aleksandr Slobodjanik (1941- 2008), pianista ucraino di grande talento, allievo di Heinrich Neuhaus e di Vera Gornostaeva, della quale è stato il marito per alcuni anni.
[3] Rudolf Kerer (1923) – pianista russo: svolse i suoi studi a Tbilisi ma, all'inizio della guerra, fu deportato (per la sua origine tedesca) nell'Asia Minore. Kerer fu costretto ad interrompere gli studi musicali diventando così un insegnante di matematica. Nel 1954 riprese gli studi al Conservatorio di Taškent; nel 1961 vinse il 1° Premio al "Concorso Pansovietico" e si trasferì, subito dopo, a Mosca dove insegnò fino a poco tempo fa. Attualmente vive tra Germania ed Austria e insegna a Vienna.
[4] Nina L'vovna Dorliak (1908 – 1998) – cantante russa, docente al Conservatorio di Mosca, dal 1945 compagna di Sviatoslav Richter.
[5] Richter e Nina Dorliak coabitavano in due appartamenti uniti: sia al vecchio indirizzo in via "Brjusov", sia al successivo in "Bolshaya Bronnaya". C’era quindi la "metà" di Richter e la "metà" di Nina Dorliak.
[6] Dmitrij Žuravlëv (1900-1991) attore, regista e didatta russo, amico di Sviatoslav Richter.
[7] Novembre 1969.
[8] Si trattava del ben 90% dell'onorario!
[9] 19 novembre 1970.


© Pubblichiamo il presente articolo, tradotto per la prima volta dal Maestro Valerij Voskobojnikov, con l'autorizzazione dell'autrice Vera Gornostaeva.

Esclusiva per questo Blog e per il sito http://www.neuhaus.it/ il 27 Ottobre 2008 - Sviatoslav Richter Recordings and Videos.

Un sentito ringraziamento alla Prof.ssa Vera Gornostaeva e al Maestro Valerij Voskobojnikov per questo magnifico contributo.

"Times" 1958 - 1960


1. October 10 - 1958
"Richter invited to London"

2. April 22 - 1959
"A great russian pianist - Richter plays Bartok with the Czech Philharmonic"

3. June - 1960
"Pasternak buried at foot of pine"


domenica 26 ottobre 2008

"A 50 anni da Sofia" di Giorgio Ceccarelli Paxton

"Sviatoslav Richter – A 50 anni dai Concerti del Febbraio 1958 a Sofia"
Considerazioni
di Giorgio Ceccarelli Paxton

Nel febbraio/marzo del 1958 Sviatoslav Richter diede una serie di concerti in Ungheria, Bulgaria e Romania. Si trattava di una delle frequenti tourneè nei paesi dell'Est europeo, in quanto motivi politici ne impedivano ancora l'uscita dal blocco sovietico - cosa che sarebbe accaduta per la prima volta ad Helsinki con il concerto del 10 maggio 1960.
I concerti del 1958 furono importantissimi per Richter perchè cominciò ad essere conosciuto anche in Occidente, perchè le notizie su di lui cominciarono a circolare con frequenza ed in maniera dettagliata tra gli addetti ai lavori, perchè finalmente si riuscì ad avere una documentazione sonora dal vivo dei concerti del pianista russo. Infatti i concerti a Sofia del 24 e 25 febbraio 1958 furono i primi dischi di Richter ad essere commercializzati da un'etichetta occidentale, la Philips. In precedenza circolavano (con difficoltà di reperimento) dischi prodotti in Unione Sovietica, per lo più incisioni in studio, che potevano dare solo una pallida idea della maestrìa di Richter, sia a causa della carenza fonica delle incisioni, sia perchè Richter ha sempre dato il meglio di se stesso nelle incisioni dal vivo (o, almeno, questa è la mia modesta opinione).
Dei 7 concerti dati a Sofia nel febbraio '58 alcuni sono passati alla storia per la qualità straordinaria della resa artistica e per il fatto di essere stati registrati per primi e portati a conoscenza degli appassionati. Ora, il Richter del 1958, così come in genere il Richter degli anni che vanno dal 1945 al 1970 circa, era capace di interpretazioni di un virtuosismo diabolico ma nello stesso tempo pulitissime dal punto di vista della correttezza tecnica, così come dal lato espressivo, o, più in generale, dal punto di vista dello "specifico" artistico. Circolano tra gli appassionati registrazioni incredibili della Toccata di Schumann o del Mephisto Valzer di Liszt in cui l’aspetto virtuosistico è strabiliante. Ma Richter non è né ha mai voluto essere un "virtuoso" nel senso horowitziano del termine: il "virtuosismo", per lui, era solo un mezzo interpretativo, non il fine della interpretazione, secondo la visione mutuata dal suo maestro Neuhaus e, più in genere, da tutta la scuola pianistica russa.
I concerti di Sofia registrati dalla Philips di cui stiamo parlando avevano il seguente programma:

24/2/58
Schubert: Sonata nr.19 D 958
Schumann: Toccata op.7
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Musorgskij: Quadri da un'esposizione
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Rachmaninov: Preludio op.32/12 (bis)
Schubert: Marcia (bis)
Liszt: Sonetto del Petrarca 123 (bis)

25/2/58
Schubert: Sonata nr.13 D 664
Momento musicale op. 94 nr.1 D 780
Impromptu op. 90/2,3,4 D 899
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Liszt: Funerailles; Studio da concerto; Gnomenreigen; Notturno nr.2,3; 3 Valse Oublieè 1,2,3; Mephisto waltz
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Rapsodia Ungherese nr.17 (bis)
Feux follets (bis);
Eroica (bis)

Dei suddetti concerti sopravvivono nelle incisioni ufficiali Musorgskij e Rachmaninov del 24/2 e il Momento Musicale, gli Impromptu nr.2 e 4 (Schubert), i Valse Oublieè 1 e 2, Feux follets (Liszt) dal 25/2[1], con in più Harmonies du soir (Liszt) e lo Studio op. 10 nr.3 (Chopin).
E qui sorge il primo problema, perché tutte le incisioni ufficiali, dal primo vinile alle più recenti ristampe cd riportano questi due ultimi brani come appartenenti alle suddette date, ma sulla Concertografia essi non sono citati! Solo chi non conosce l’enorme acribìa di Richter può supporre che egli abbia dimenticato di citare questi due brani, ma allora qual'è la loro origine? Tra poco proporrò un paio di date alternative. Per il momento torniamo all’argomento di questa nota.
L'enorme successo commerciale di questi brani è dimostrato dalla vastità delle ristampe (con numeri di codice diverso, e quindi susseguitesi nel corso degli anni) che si sono avute soprattutto da parte della Philips, ma anche da parte di altre etichette che ne hanno acquistato i diritti.
Basti citare alcune cifre: fino ad un anno e mezzo fa (poi non ho più tenuto il conto) i Quadri da un'esposizione sono stati stampati su 19 LP diversi e 5 CD, mentre tutti gli altri brani variano dai 14 ai 17 LP diversi e dai 4 ai 6 cd. L'unico brano che ha avuto un visibilità minore è stato il Preludio op.32/12 di Rachmaninov, uscito solo su 4 LP e quindi divenuto subito oggetto di ricerca sfrenata da parte dei collezionisti, prima che fosse recentemente edito su ben 5 cd con numeri di catalogo diversi. Da un anno mezzo a questa parte ulteriori ristampe sono state fatte in varie collane più o meno economiche.
Fu la prima occasione di conoscere i Quadri da un'esposizione nell'interpretazione di Richter, in quanto una successiva interpretazione in studio, edita dalla Melodya, è datata 8 agosto 1958, ed è quindi successiva alla performance live di Sofia. Questa interpretazione è diventata di assoluto riferimento (e lo è tutt' ora dopo 50 anni, anche se alcuni appassionati le preferiscono o quella in studio o quella del 14 novembre 1956 a Praga, uscita su etichetta Praga Productions) per l'enorme senso dell'insieme che Richter riesce ad infondervi: i vari episodi e la stessa "Passeggiata" formano un'unico affresco musicale che fluisce nella maestosità della "Grande porta di Kiev" che sembra aprirsi davanti agli occhi dell'ascoltatore nella grandiosa celebrazione della Pasqua russa. Nessuno è riuscito finora a rendere questa unità di stile e maestosità in modo così mirabile; neppure nella versione orchestrale. Il pianoforte di Richter canta come un'orchestra e sottolinea tutte le sfumature in maniera mirabile.
Le esecuzioni di Schubert, Rachmaninov e di Liszt fanno anch'essi parte ormai della storia dell'interpretazione pianistica, ma vale la pena di spendere due parole per la lisztiana Harmonies di soir, l'undicesimo degli "Studi d'esecuzione trascendentale". Ispirato da una poesia di Baudelaire, questo brano riceve da Richter in questa occasione un'interpretazione straordinaria. Dalle prime note che evocano una notte stellata primaverile, calma e tranquilla, l'andamento rapsodico ci porta ad una parte mediana intima e raccolta che sfocia in un crescendo incredibile con l'acme del brano che è un inno alla fusione panteistica con la natura. Suoni, luci, colori, profumi sono rappresentati in una esplosione orgiastica di suoni che si placa poi lentamente in una sfumata lontananza. Un'esecuzione irripetibile, intrisa di perfezione tecnica e stilistica.

La storia delle registrazioni

Originariamente le registrazioni di questi concerti furono effettuate con il fine di riprodurle in una trasmissione radiofonica, e solo successivamente fu deciso di editarle su disco. La situazione logistica in cui vennero fatte queste registrazioni non fu delle migliori. I microfoni erano adatti soprattutto per la radiotrasmissione e non così sofisticati quali necessitano per registrazioni destinate a riproduzione discografica. In quel periodo invernale a Sofia ci fu un'epidemia influenzale di inusitata violenza, e molti spettatori non poterono fare a meno di tossire continuamente. Alla fine, però, un qualche tipo di registrazione venne fuori e qui si dovette vincere la resistenza di Richter stesso che, mai soddisfatto delle proprie esecuzioni, stette in forse a lungo prima di dare la sua approvazione: "il mio mignolo ha commesso un sacco di peccati" fu l'espressione più usata dopo aver ascoltato le registrazioni. Tutti e sette i concerti vennero registrati, ma egli bocciò le Sonate di Schubert, i Concerti per orchestra, il Liszt con gli Studi Trascendentali (eseguiti il 2 marzo) e molte altre cose che aveva eseguito come bis. Sul resto era ancora dubbioso, finchè fu Eugene Ormandy, in quel periodo in tourneè a Mosca con la Philadelphia Orchestra, che aveva ascoltato i nastri, a convincerlo a dare la sua approvazione per la uscita delle meravigliose esecuzioni di Musorgskij, Schubert, Chopin, e Liszt che troviamo immortalate su questo disco. Una storia a sè è l'esecuzione della Toccata di Schumann, che testimoni oculari di quel concerto descrivono come stupefacente, mai riascoltata dopo allora. Una leggenda (facile a sorgere quando si tratta di artisti leggendari [2]) vuole che Richter la suonasse al termine di 40 minuti di bis del 24 febbraio, ma al momento della sua esecuzione, gli ingegneri del suono avessero terminato il nastro.
In realtà non solo non vi furono bis di 40 minuti, ma Richter la eseguì a chiusura della prima parte del concerto (ctr. programma) [3]. Non sappiamo che fine abbiano fatto, allo stato attuale, le registrazioni che non sono state edite commercialmente. La probabilità maggiore è che le registrazioni siano state effettuate da tecnici sovietici per conto della Melodia e successivamente fornite alla Philips solo quelle approvate dal Maestro. E' solo una supposizione, ma c’è il timore che, se così fosse, potremmo ritenerle perse. Rimane infatti difficile pensare che, in caso di proprietà Philips, sarebbero potute andare perdute, considerando quanto la Philips stessa successivamente pubblicò di Richter. Qualcosa avrebbe potuto confluire nel cofanetto di 21 cd (e successive riedizioni), nel quale invece, a parte le imprecisioni di alcune date (elemento comune alla EMI), non vi è traccia di esecuzioni antecedenti al 1963. Mettere le mani (nel senso letterale del termine) negli archivi delle Radio non solo sovietica, ma anche degli altri stati satelliti, rimane il sogno di ogni collezionista delle perle artistiche di Sviatoslav Richter.

Programmi degli altri concerti di Sofia

21/2/1958
Brahms: Concerto nr.2 op.83, direttore Konstantin Iliev

22/2/1958
Brahms: Concerto nr.2 op.83, direttore Konstantin Iliev
Debussy: La valleè des cloches (bis)
Debussy: Les collines d’Anacapri (bis)

27/02/1958
Mozart: Concerto nr.20 K 466, direttore Konstantin Iliev
Chopin: Notturno op.15 (bis)

28/2/1958
Tchaikovskij: Concerto nr.1 op.23, direttore Konstantin Iliev

2/3/1958
Schubert: Sonata nr.16 op.42 D 845
Liszt: Etudes d’execution trascendentale nn.1, 2, 3, 5, 11
Liszt: Mephisto Waltz
Liszt: Rapsodia ungherese nr.17 (bis)
Liszt: Gnomenreigen (bis)
Liszt: Valse oublieè nr.3 (bis)

[1] In realtà l’esecuzione potrebbe anche essere dai bis del concerto del 2 marzo
[2] Un’altra leggenda vuole che Richter abbia eseguito nella stessa serata il Primo concerto di Tchaikovskij e il Secondo di Brahms
[3] Si può averne comunque un’idea in quanto sono disponibili registrazioni della Toccata in questo periodo, tipo Budapest 9.9.1958 e Mosca 16.4.1958, oltre ad un Mosca 5.6.1951 di origine amatoriale.

Articolo scritto da Giorgio Ceccarelli Paxton per il nostro Blog - 26 Ottobre 2008 - Sviatoslav Richter Recordings and Videos.

Un sentito ringraziamento per l'amichevole contributo di Giorgio Ceccarelli-Paxton

sabato 25 ottobre 2008

"Times" June 20, 1966 - June 12, 1967


"Richter has a large audience"
(Recital Haydn, Weber, Schumann etc.)


"Britten's response to Haydn's music"
(Britten with Richter etc.)

La "nipotina" Sonja (Natalja Žuravlëva)


Nella foto a sinistra: Una foto giovanile di Natalja Žuravlëva con Sviatoslav Richter e Nina Dorliak.



Nel 1970 ritornò da una tournée in Giappone, ed io volai da lui a Khabarovsk (...) e mi disse, seriamente: "Lei per me é come Sonja di Zio Vanja". Da quel momento, quando mi scriveva nell'indirizzo c'era "A Sonja, dal suo Zio Vanja", e si firmava Zio Vanja. E così, ad esempio, mi disse: "Bene Sonja, quand'é che noi vedremo un cielo di diamanti?"

Natalja Žuravlëva, attrice. Figlia di uno dei più cari amici del Maestro: l'attore moscovita Dmitrij Žuravlëv.

(Cit. Anton Pavlovič Čechov - "Zio Vanja" - 1899)

sviatoslavrichter.ru. - Trad. di G.C. dall'articolo:
"Наталья Журавлева"

"Slava e Zoltán da Bruno"

(Bruno Monsaingeon)

"Il ritratto di Richter, a cui ho lavorato per 25 anni, va molto al di là della musica". Tutt’altro che una maschera solenne, come appariva in concerto. "Gli ci vollero anni per sciogliersi con me. Aveva bisogno di tempo, come quando ci si avvicina ad un animale. Nel 1975 venne a casa mia a Parigi, doveva provare il suo recital a quattro mani con Zoltán Kocsis. Una francese, cretina, lo accompagnava: era un sorvegliato del KGB. Mi pregò di spiarlo, me ne fregai, tornai dopo due ore, la stanza quasi distrutta, Kocsis sdraiato sul pavimento che rideva come un pazzo, Richter fuggito per un diverbio con una vicina. Lo trovammo dopo tre giorni, ben felice di essergli sfuggito"

di Carlo De Pirro

in "L'antropologo della musica". Intervista a Bruno Monsaingeon
La Tribuna di Treviso — 13 febbraio 2008




Pubblichiamo un piccolo articolo-necrologio di Zoltán Kocsis (purtroppo soltanto in ungherese) apparso sul numero di Settembre della rivista musicale ungherese Muszika: "Szvjatoszlav Richter távozására" MUZSIKA XL/9, 1997.09.


"December hõje, nyarak jégverése,
drótvégre csomózott madár,
mi nem voltam én? Boldogan halok" (Pilinszky János)


Mit lehet még mondani róla? Az emberrõl, a mûvészrõl, akirõl jószerével már mindent leírtak, amit csak lehetett? Hogyan is tudnánk néhány sorral érzékeltetni azt a nagyságot, erõt, s ugyanakkor esendõséget, amely belõle áradt? Milyen esztétikai méltatás lenne képes szavakkal kifejezni azokat az értékeket, amelyeket ránk hagyott? Lehet-e elégséges akármiféle tudományos attitûd apollóinak éppen nem nevezhetõ mûvészetének jellemzésére, pontos körülírására? Oszlop dõlt ki közülünk, tartópillér, aki Atlaszként vette vállára a tradíciók ébren tartására, ápolására és továbbfejlesztésére irányuló igény roppant terhét. Megközelítõleg sem létezett hangszeres elõadómûvész, aki a zenemûvészet ennyi géniuszával állt volna közvetlen kapcsolatban. Senki más nem dicsekedhetett ekkora repertoárral, ilyen méretû diszkográfiával. Akik részesülhettünk abban, hogy idõrõl idõre közvetlen tanúi legyünk a remekmívû csúcsokat ostromló gigászi küzdelmeinek, tér és idõ korlátait szétfeszítõ szellemi telitalálatainak, akik esetenként elkísérhettük õt újabb és újabb, izgalmasnál izgalmasabb felfedezõ útjaira, csak találgathatjuk, mi maradhat fenn, mi lesz a közelebbi és távolabbi jövõben is megfogható ennek a hatalmas méretû életpályának gyümölcseibõl. Fizikai léte híján milyen idõbeli távolságra szólhatnak vajon azok az üzenetek, amelyeknek perzselõ igazságát szinte még a bõrünkön érezzük? A vitathatatlan értékek válságának ebben a hihetetlen eszkalációjában ugyan ki merné megjósolni, hogy száz, kétszáz, ezer év múlva is emlékezni fognak-e rá, s vele együtt arra, amit ma muzsikának nevezünk?
Csakis ilyen jelenség távozásakor szembesülhetünk e nyomasztó kérdésekkel igazán. S nem elégedhetünk meg azzal, hogy legtöbbjükre odaát esetleg tudják már a választ.(A Richter-felvételek kilenc albumból álló, gyûjteményes kiadásának méltatására visszatérünk. A szerk.)






Szerző: Kocsis Zoltán
Lapszám: 1997 szeptember






venerdì 24 ottobre 2008

Andreas Lucewicz, Albulescu & Chiu

"I first met Sviatoslav Richter 1983 under inconvenient circumstances. Richter hated to fly. That´s why he needed a driver from Vienna back to his country Russia. And as I was asked to take him there, it was like an adventure.I really was pleased to do this job. From this moment on, an active musical exchange began. In May 1993 he asked me to correpitate works of Saint-Saëns and Gershwin. It was the first time that we sat together in front of a piano.Out of this raised his personal invitation for playing together Max Reger´s Beethoven Variations op.86. I had the luck to be one of only six pianists who perfomed with Richter in public and to participate on his last official concert"

Andreas Lucewicz

"To Andreas Lucewicz....Whose piano playing impressed me, whom I consider a really good musician and whom I acknowledge as a serious, mature pianist. He commands a large, interesting repertoire, a brilliant technique, and a beautiful sound"
Sviatoslav Richter

andreaslucewicz.de


Piano Education Page: Do you have a favorite pianist(s) and, if so, what attracts you to that person's performances?

"Sviatoslav Richter, without a doubt. I also love the playing of Gary Grafman and Charles Rosen; Charles Rosen because of his ideas, and how eloquently he applies them to the practical nature of piano playing. Grafman is a wonderful artist whom I have had the honor of meeting and playing for, and I think highly of his integrity as a musician. Richter is a phenomenon, in that he is able to play simply even the most intricate works. Simplicity is not simple to attain, and often we try too much to make a phrase elaborate. Richter never draws attention to technique, although everything just happens to be there. He never shows off, but his technique clicks into his persuasive mind, and makes for music that engulfs you as a listener"

Piano Education Page: We understand you have an interesting story about Richter and the Internet. Could you tell us?

"This story is about the Internet, and how amazing it can be, in helping people find each other, despite all odds. Last year, I was reading some of the posts from the newsgroup rec.music.classical. I stumbled upon a discussion thread about Sviatoslav Richter. I e-mailed one of the people contributing to the discussion, and told him that not only was I a pianist whose favourite musician is Richter, but there is a story about Richter and my date of birth. The night I was born, my father, who was in the Romanian George Enescu Philharmonic Orchestra, had a concert, with Richter as soloist, playing Strauss' Burlesque. This work has a huge timpani part (because one of Strauss' best friends was a timpanist). As Richter has always been a bit eccentric, he requested that the timpani be brought to the front of the orchestra, on the other side of the piano. So here's this neat situation - the day I was born, my dad playing side by side with my (now) favourite pianist. And so it turns out the gentleman I was writing to is a software engineer in Silicon Valley, formerly from Romania, an avid classical lover who, would you believe it, was present at the concert in question (back in 1970!!!), and he just happened to have an extra copy of the CD of that concert, newly released by the Romanian label Electrecord. Small world isn't it?"

Intervista al pianista romeno Eugene Albulescu
The Piano Education Page - Maggio 1996


"I had the wonderful opportunity to hear Richter play many times. It was one of my great discoveries when I came to Paris for the first time to find out that Richter was pursuing an active performing schedule in Europe, in fact, was playing over 100 concerts a year! In the United States, we heard nothing about that. He was invisible, having decided not to play again in the States because of various personal and professional reasons.

So I heard Richter play 5 or 6 times, and even bumped into him at the Yamaha studios in Paris, where he practiced when he was in town. I worked often on his personal piano when he wasn't in town, and wondered how he could sit so high and still play. I never got up the courage to speak to him, but am happy to have this incredibly pure, utopic vision of him in my imagination to guide me still"

Intervista al pianista Frederic Chiu di Sugi Sorensen
prokofiev.org - 22 Aprile 2000

giovedì 23 ottobre 2008

Il dramma di Boris Pasternak

"Pasternak: amarsi nell' ora del Terrore"
di Vittorio Strada

Nella foto a sinistra: Sviatoslav Richter, Galina, Miliza e Heinrich Neuhaus con Boris Pasternak nella sua dacia di Peredelkino (1948)

Pasternak: amarsi nell'ora del Terrore, il dramma esistenziale ed umano dell' autore del "Dottor Zivago" cominciò nel 1930, col suicidio di Majakovskij e culminò con i grandi processi di regime. "e' stato crudele mandarmi qui, tu sei la mia vita ": in una lettera da Parigi datata 1935 il poeta, al congresso degli scrittori per ordine di Stalin, debole e malato scrive alla moglie. Una ninna nanna per Lionja: alcuni ricordi di Zinaida.

Quell' estate galeotta, in campagna vicino a Kiev. Il dramma esistenziale ed umano dell' autore del "Dottor Zivago" comincio' nel 1930, col suicidio di Majakovskij e culmino' con i grandi processi di regime. Intanto una donna sconvolgeva la sua vita.

Il 1930 fu un anno cruciale nella vita di Boris Pasternak. Il suicidio di Vladimir Majakovskij (quattordici aprile di quell' anno), evento simbolicamente decisivo di tutta la storia culturale russa post rivoluzionaria, divenne per lui, che di Majakovskij era stato amico pur distanziandosi sempre piu' dal suo impegno politico, un momento carico di significato, alla cui decifrazione dedico' la sua prima autobiografia spirituale, Il salvacondotto. Nel giugno dello stesso anno egli trascorse l' estate a Irpen, nei pressi di Kiev, in una casa di campagna affittata in comune con il filosofo Valentin Asmus, il pianista Heinrich Neuhaus e le loro mogli. Fu li' che Pasternak si innamoro' di Zinaida Nikolaevna Neuhaus, amore tanto forte da portare a due divorzi: quello di Pasternak dalla prima moglie Evgenija e quello di Zinaida dal marito Heinrich e al matrimonio dei due. Amore che, verificato dalla lunga vita coniugale, trova la testimonianza del suo principio nel ciclo di poesie Seconda nascita, titolo che Pasternak interpretava come riferito a lui e a Zinaida, e nella seconda parte del Salvacondotto, dove il tema del poeta e dell' amore si riferisce allo stesso Pasternak e al suo rapporto con Zinaida piu' che a Majakovskij. Amore, pero' , che fu ferito dall' incontro di Pasternak, nel 1946, con un' altra donna, Olga Ivinskaja, alla quale da quel momento la sua vita fu legata, senza che ne venisse spezzato il vincolo familiare con Zinaida. Con essa, e col loro figlio Leonid (Lionja, secondo il diminutivo), continuo' a vivere nella dacia di Peredelkino, dividendo la sua esistenza tra due famiglie (Olga Ivinskaja visito' la dacia di Peredelkino per la prima volta soltanto dopo la morte di Boris Pasternak avvenuta nel 1960). Il bel volume, recentemente pubblicato a Mosca, delle lettere di Pasternak a Zinaida e dei ricordi di questa sulla sua vita col poeta costituisce la testimonianza piu' viva e piu' inattesa su un rapporto che sembrava offuscato da quello, ben piu' tempestoso, con la Ivinskaja. Si tratta di lettere d' amore di rara intensita' , di un amore che prima e' passione e poi diventa affetto da parte di Pasternak, mentre per Zinaida si tratta sempre di un legame autenticamente sentito, ma equilibrato dalla sua natura di donna priva di esaltazioni e ricca di ragionevolezza. Essa era l' esatto opposto della futura rivale, Olga, la quale, piena di ambizione e di dedizione, oltre che di fascino e di gioiosita' , fu legata, anche drammaticamente come le sue peripezie dimostrarono, all' attivita' letteraria di Pasternak, attivita' dalla quale Zinaida era distante. Per Pasternak, gli anni Trenta e Quaranta non furono anni di vita privata soltanto: fu, quello, un periodo tremendo per l' intera vita sovietica ed europea che per lui divenne il periodo di una tormentosa crisi spirituale, conclusasi con la liberazione da ogni illusoria speranza nelle promesse della rivoluzione e con quella alta prova di liberta' etica e poetica che e' il suo capolavoro narrativo, Il dottor Zivago. Il 1937, l' anno dei grandi processi staliniani, fu l' acme di quella crisi che, gia' manifesta al tempo del suicidio di Vladimir Majakovskij, si accentuo' nel 1934, durante il primo Congresso degli scrittori sovietici, quando Pasternak evito' la triste e pericolosa sorte di vedersi attribuire un riconoscimento semiufficiale della sua poesia e del suo ruolo di poeta. Nel 1935, in uno stato di depressione fisica che era il segno della sua crisi interiore, Pasternak, per ordine di Stalin, fu inviato, contro il suo desiderio, a Parigi, al Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura, dove la sua assenza sarebbe stata imputata a ragioni politiche, mentre la sua presenza sarebbe servita a dar lustro al regime sovietico, che in quegli anni era impegnato in un' azione di egemonia sulle forze culturali antifasciste. Dal libro di lettere di Boris Pasternak e di memorie di Zinaida Pasternak sono tratti la missiva inviata da Parigi nel giugno 1935 e la pagina di vita familiare da lei scritta su Pasternak padre e marito.

Parigi 1935: al congresso degli scrittori per ordine di Stalin, debole e malato scrive alla moglie
"E stato crudele mandarmi qui. Tu sei la mia vita"

Mia cara, mia Ljalja, mia vita. Non stupirti di non ricevere lettere da me. Da due giorni ho in tasca una lettera per te, che ho cominciato e non ho potuto finire. Tutti questi giorni sono stato come in delirio e in uno stato di tremenda debolezza non per l' abbondanza di incontri e di impressioni, ma perche' , come pensavo, la mia salute e' molto peggiorata durante il viaggio. Ieri c' e' stato da me un medico (...). Ogni volta che cominciavo a scriverti, mi prendeva il capogiro per l' agitazione e per la debolezza, e senza volerlo abbandonavo la penna. E' stato pur sempre un atto di grande crudelta' da parte di tutti (ma non da parte tua) mandarmi qui in un simile stato. Non da parte tua, cioe' tu non ne hai colpa perche' tu facevi eco a quello detto da altri: tu sei una deliziosa piccina, un vero e proprio bambino e non capisci niente in questi casi. La seconda classe (dopo il confine) significa che si hanno soltanto posti a sedere e non vetture a letto. Le frontiere (Polonia e Germania, Germania e Polonia) capitavano nelle ore notturne... Quanto al cibo, tutto avveniva come e quando Dio voleva, in modo irregolare, a volte mangiando poco e a volte troppo. Nello stato in cui mi trovo, mi atterrisce la via del ritorno: arrivero' in una tale prostrazione che non bastera' un anno a rimettermi. Pensa un po' : son tre mesi che durano questo strazio di nervi e l' insonnia ogni notte, roba da far impazzire chiunque (...). Tesoro mio, che dirti di Parigi! E' la protopatria delle citta' . E' un vero universo di bellezza, nobilta' e umanita' sedimentata per secoli, dal quale, quasi per un imprestito, a suo tempo sono nate la varie Berlino, Vienna e Pietroburgo. Ti raccontero' una quantita' di cose, tesoro, al mio ritorno, nella lettera non voglio sprecare parole a descrivere perche' temo di affaticarmi. E' inutile pure raccontare (perche' anche questo porterebbe via troppo spazio e tempo) le accoglienze che mi sono state fatte qui. Che importa che qui mi definiscano geniale e chissa' come ancora, quando tra me e questi riconoscimenti c' era sempre il muro di una offuscante debolezza che mi separava dalla gente, dalle impressioni e dal fatto stesso del mio successo? Mi hanno fatto ritratti e fotografie per alcune riviste di qui: sarei terrorizzato, se qualcosa di tutto cio' ti capitassse sotto gli occhi; ricordi quel vecchio cavallo morente e Iliinskoe? Adesso io sono cosi' . Neppure questa lettera riesco a finire. Di continuo mi prende la debolezza (capogiro) o arriva gente. Anche adesso, per esempio, nella mia stanza ci sono la figlia di Marina Cvetaeva e suo padre e loro stessi mi hanno proposto di continuare a scrivere la lettera che stavo scrivendo quando sono entrati (...) Qui ho avuto frequenti incontri: con Zamjatin e sua moglie, col pittore Larionov e Natalia Goncarova, con Ju, Annenkov, con la Cvetaeva, con Frenburg e coi Savic, ancora di piu' mi hanno tormentato e straziato i francesi. Se mi sono messo a scriverti e' con un unico scopo: per dire qualche parola su di te. Tu sei l' unica cosa viva e cara che per me esiste in tutto il mondo. Tutti qui mi sono indifferenti. Diro' di piu' : non ho neppure visto i miei genitori. Erano a Monaco quando sono passato per Berlino, e a Berlino a incontrarmi e' venuta soltanto la sorella maggiore col marito, e coi vecchi ho parlato per telefono. Ho promesso loro di passare per Monaco durante il viaggio di ritorno e di fermarmi la' una settimana, e adesso vedi con quanta facilita' vengo meno alla mia parola, senza pensarci affatto. Pero' tu sei tutto. Tu sei la vita. Tu sei tutto cio' che di vero, di buono e di reale (di non inventato) ho conosciuto al mondo. E il cuore mi si riempie di angoscia, e piango nei sogni durante la notte perche' una forza stregonesca ti toglie a me. Ti toglie non soltanto come moglie e donna, ma persino come alito di un semplice pensiero e di una serena salute. Non capisco perche' tutto sia andato cosi' e mi preparo alle cose piu' terribili, quando mi tradirai, moriro' . Cio' avverra' di per se' , persino, forse, a mia insaputa. E' l' ultima cosa in cui credo: che il Signore Iddio, che mi ha fatto poeta vero (come qui mi e' stato ricordato di nuovo), mi fara' la grazia e mi chiamera' quando mi tradirai. Perche' tu non sei soltanto Zinocka e la mia cara mogliettina e delizia, ma sei tutto, tutto. Qui ho riempito gli orecchi a tutti parlando di te. Addirittura ai giornalisti francesi devo aver detto che nulla al mondo mi interessa, che ho una moglie giovane e bella dalla quale sono separato da tre mesi per una misteriosa malattia. E, poiche' tutti mi vogliono bene, per effetto delle mie parole cominciano a capire che incomparabile delizia sei tu, amica mia meravigliosa. Ma se anche qualcosa e' successo, non temere. Se tu sei costretta a nascondermi qualcosa, ripeto, con la mia morte qualcosa di grande forza, qualcosa di tragico e di nobilitante purifichera' tutto, e tu mi ricorderai come si deve dopo la nostra Seconda nascita e il Salvacondotto (...). Ti abbraccio. Tuo B. Fine di giugno 1935

1937: durante le tragiche purghe, Boris si consola col figlio.
Una ninna nanna per Lionja : Quando io e Borja ci mettemmo insieme, egli voleva molto un bambino. Nell' anno piu' terribile, nel 1937, nacque Lionja. E qui si manifesto' un altro tratto, per me inaspetto, del carattere di Borja. Egli lo amava follemente e, quando Lionja era ancora in fasce, si alzava di notte per accudirlo, lo fasciava e a volte lo portava in braccio nella stanza, cantando una ninna nanna. Cio' era tanto piu' stupefacente in quanto egli teneva molto al suo sonno e non gli piaceva se qualcuno lo svegliava o qualcosa gli impediva di dormire. Ma qui quest' uomo sacrificava di buon grado il suo sonno, senza infastidirsi. Questo amore per il figlio lo conservo' fino alla morte. E, quando io mi lamentavo di Lionja, lui ne prendeva sempre le difese. In Lionja egli vedeva se stesso. Si compiaceva in modo particolare del fatto che Lionja avesse le sue mani perche' riteneva che soprattutto le mani esprimano il carattere. Nei minuti piu' difficili per lui riusciva piu' facile parlare con Lionja che lo capiva al volo. Egli si occupava dell' educazione di Lionja non solo morale, ma anche fisica, e, ad esempio, non permetteva che lo imboccassi. Una volta comprai per Lionja una splendida coperta di piuma, ma Borja la butto' via e disse: "Usatela per coprire le patate e non il bambino". Rimasi malissimo e mi misi in ansia per il figlio: allora nella dacia non c' era il riscaldamento centrale e verso il mattino la stufa smetteva di dare calore e tutta la casa diventava fredda. Ma devo riconoscere che poi vidi la colossale utilita' di questa educazione spartana. Lionja cresceva sano e assai raramente si prendeva un raffreddore. Come tutti i ragazzini, egli imitava il padre e si temprava. Sul modo in cui si temprava Borja posso raccontare alcuni espisodi divertenti. Una volta, quando abitavamo ancora nella vecchia dacia, tornavo con Stasik a casa dalla stazione. Era novembre, il tempo era gelido e a tratti cominciava a nevicare. Io e Stasik eravamo in pelliccia coi baveri alzati. Attraversando il ponte, non credetti ai miei occhi: dai cespugli salto' fuori un uomo nudo. Era Borja, tutto livido per il freddo. Aveva appena finito di fare un bagno nel fiume. La cosa mi parve assurda e rischiosa, e temevo che si sarebbe buscato un malanno. Ci chiese di aspettare intanto che si vestiva. Ridendo racconto' che un operaio, vedendo che faceva il bagno con quel gelo, aveva detto: "Faccia pure, Boris Leonidovic, tanto non e' vietato dalla legge". Avra' detto cosi' perche' era il ' 37 con tutti i suoi orrori, e quella frase suonava come una battuta. Fino al giorno della sua morte gli piaceva lavarsi la testa sotto la presa d' acqua in cortile durante il gelo, e noi stavamo in cucina a guardare, come a teatro. Dalla sua testa si levava il vapore e sui capelli si formavano i ghiaccioli. Litigavo con lui, gli dicevo che una volta o l' altra sarebbe morto per uno spasmo dei vasi sanguigni, che era molto pericoloso, ma non c' era niente da fare. Egli rispondeva scherzando e diceva che quella sarebbe stata una bella morte e che una simile fine non gli faceva paura. Non aveva mai il raffreddore e non si prendeva mai un malanno. In questo spirito cercava di educare Lionja. Lionja gli assomigliava terribilmente e l' unica differenza era che amava molto la tecnica, che invece suo padre non conosceva e non amava affatto. Borja lo viziava molto e, quando Lionja fini' la scuola, suo padre gli regalo' una motocicletta. Questa moto mi abbrevio' la vita perche' stavo sempre in ansia quando nostro figlio la usava e tardava a tornare. Ma Borja era sempre tranquillo e sicuro di lui, diceva che Lionja aveva una buona testa e non avrebbe fatto sciocchezze.

di Vittorio Strada, Boris Pasternak, Zinaida Pasternak

21 giugno 1993 - Corriere della Sera