martedì 11 marzo 2008

Ashkenazy e Richter (1994)

Richter con Ashkenazy
20 Settembre 1994 - Milano - Conservatorio G.Verdi (Beethoven, Concerto no.1 op.15)

Ashkenazy re di Milano per tre sere, il direttore pianista restera' sul podio e lascia la tastiera agli amici. Sviatoslav Richter solista nel primo concerto " lo conobbi verso il 1962, era il mio idolo. mi sembro' il capitano Achab di Moby Dick ", gli altri 2 appuntamenti alla Scala, con Martha Argerich il 25 ed Evgenij Kissin il 26.


Il destino di Ashkenazy, il pianista che ama gli spazi sonori spalancati da una grande orchestra, e quello di Richter, il pianista che predilige gli spazi architettonici di teatrini fuori mano, sembrano intrecciarsi in momenti diversi. Nel 1962, in occasione di un suo concerto dopo la vittoria al Premio Ciaikovski di Mosca, il New York Times collocò il giovane pianista "a metà strada tra Gilels e - appunto - Richter". E fu di quegli anni il suo incontro con lui: "Riuscii a ottenere un appuntamento per suonargli qualcosa - racconto' sul Corriere - ed era abbastanza straordinario che fosse interessato a me". La moglie di Richter accolse il giovane Vladimir spiegandogli che il marito era a letto, depresso, a leggere "Moby Dick". Non riusciva a suonare una Fuga di Schostakovich senza fermarsi, l'umor nero veniva da lì, neanche in presenza del visitatore si sbloccò. Ascoltò i pezzi che Ashkenazy voleva fargli ascoltare, gli diede consigli. A quel punto fu Vladimir a suggerire al padrone di casa di riprovare la Fuga: "Riluttante si rimise al piano e naturalmente arrivò trionfalmente alla fine". Il suo "grande idolo" sembrava "un capitano Achab riuscito finalmente ad avere ragione di Moby Dick".

Pagina 29 (19 settembre 1994) - Corriere della Sera

"Richter, un monumento a Beethoven"
Emozionante incontro fra il pianista e il direttore Ashkenazy che ha guidato la Deutsches Symphonie Orchester di Berlino.

E' stato emozionante per tutti, l' altra sera al Conservatorio di Milano, assistere all' ingresso in palcoscenico di Sviatoslav Richter e di Vladimir Ashkenazy: forse il piu' teso era proprio il direttore d' orchestra, che questo concerto sperava di realizzare da anni. In mille interviste Ashkenazy ha dichiarato la sua venerazione per Richter: egli stesso e' cresciuto, come giovane concertista, in un' Unione Sovietica dove il piu' anziano collega era la stella musicale massimamente luminosa. I percorsi si sono poi divisi: Richter e' restato a Mosca, punto di partenza e di arrivo delle sue tourne' es. Ashkenazy si e' stabilito in Occidente, ha svolto la carriera che conosciamo, ha scelto infine di salire sul podio delle orchestre. Crediamo che l' esibizione dell' altra sera abbia per lui rappresentato il coronamento di un sogno: fare musica insieme con il suo ideale Maestro, assisterlo quale direttore in un' opera (il Primo Concerto in Do maggiore op. 15 di Beethoven) da lui stesso frequentatissima alla tastiera. Un evento unico, forse irripetibile, del quale il pubblico delle "Serate Musicali" (la societa' organizzatrice del concerto, inquadrato nel Festival "Orchestre d'Europa") s' e' ben reso conto. La cronaca deve riferire di un trionfo straordinario, della ripetizione dell' intero ultimo movimento del Concerto beethoveniano, dei fiori donati da Richter alle strumentiste dell'Orchestra Sinfonica di Radio Berlino, dell' "uscita", a ricevere gli applausi, di un Ashkenazy quasi smarrito, tenuto per mano dal vecchio pianista... A quasi ottant' anni, Richter conquista al suo Beethoven una monumentalita' cui le esecuzioni precedenti preludevano, ma che oggi risulta tanto piu' impressionante. Egli "legge" momento per momento il Concerto op. 15, seguendo lo spartito con gli occhiali inforcati, come se alla nettezza della pagina nulla si dovesse aggiungere, come se il segno scritto, nella sua nudita' e linearita' , dettasse un suono altrettanto semplice, chiaro, austero. Ma in questa assoluta mancanza di retorica e di lusinghe sentimentali, che a tutta prima potrebbe lasciare sconcertati, Richter immette la sua capacita' , da nessun altro pianista condivisa, di "pensare in grande", di "suonare in grande". Non e' questione di potenza fonica, che' anzi quest' ultima viene singolarmente trattenuta dall' anziano artista; e' questione di accento, di spazio e di aria fra una frase e l' altra, di controllo delle funzioni armoniche e timbriche, e della relazione strutturale che le invera rispetto all' insieme. Le sezioni che compongono la Forma del Concerto op. 15 si stagliano, grazie a Richter, con un' evidenza che fa pensare all' arte plastica o all' architettura: soprattutto cio' avviene nel primo movimento, durante la Cadenza (la piu' vasta e visionaria, la piu' bachiana fra quelle originali dell' autore) e al ponte fra Sviluppo e Ripresa, da Beethoven smisuratamente ampliato rispetto alla tradizione, e da Richter annunziato, poi reso, con un senso del "peso specifico" di ogni accordo, con un controllo strutturale e mensurale, non meno che sbalorditivi. Abbiamo spesso inquadrato questo capolavoro giovanile di Beethoven nella categoria del neoclassico, nel senso di Canova e di Winckelmann, per la sua apollinea e olimpica tonalita' di Do maggiore, per un' orchestrazione dove trombe e timpani scagliano riflessi di bianco e oro, ma anche per la nobile grazia del "Largo": ci pare che con Richter tutto cio' significhi ben poco. E' come se le suggestioni dell' "ethos" neoclassico (che pure si fondano nella biografia di Beethoven, circondato dall' aristocrazia viennese con le sue piccole muse altocinte) svaniscano di fronte a una legge kantiana, a un imperativo supremo. Es mu sein: "Deve essere". Tale e' l'epifania del Concerto op. 15 secondo Richter. L' eccezionalita' dell' esecuzione pianistica sottrae spazio al resoconto della prestazione strumentale, di solidita' e compattezza rimarchevoli, del Deutsches Symphonie Orchester di Berlino, e soprattutto della convincente lettura beethoveniana che Ashkenazy ha dal podio svolta: nella Quinta Sinfonia i tempi erano serrati, il fraseggio drammatico, quasi convulso, la transizione al Do maggiore dell' ultimo movimento magnificamente realizzata. Addirittura prepotente nello scatenare le masse sonore, e tuttavia capace di un' equilibrata visione complessiva, il direttore d' orchestra ha palesato una maturita' tecnica ormai completa. A maggior titolo essa ci sorprendeva nell'accompagnamento fornito a Richter per il Concerto op. 15: assai piu' monumentale di quello che viene testimoniato dall' incisione discografica di Ashkenazy (brillante, piuttosto, e teatrale) ed estremamente duttile nel sostenere il vecchio concertista laddove potesse sorgere qualche difficolta' tecnica. Cose da nulla, gli scarsi falli di mano nella prova di Richter: a chi volesse imputarglieli, il pianista potrebbe rispondere con le parole che Beethoven indirizzò al violinista Schuppanzigh, che lamentava l' "ineseguibilità" di un tal passaggio: "Glaubt er, dass ich an seine elende Geige denke, wenn der Geist zu mir spricht?", "Ma lei crede che io pensi al suo misero violino, quando e' lo Spirito che mi parla?".

di Francesco Colombo

Pagina 33 (22 settembre 1994) - Corriere della Sera

domenica 2 marzo 2008

Riccardo Muti ricorda il debutto a Genova con Richter


"Avevo 28 anni e la signora Lanfranco Gandolfo mi offrì di dirigere Ravel. Con il grande Sviatoslav Richter. A proposito del quale vi svelerò un segreto"

(Riccardo Muti) "...il dialogo con Genova non s'interruppe e di lì ad un anno, quando la signora Lanfranco mi offrì di dirigere il Concerto per la mano sinistra di Ravel con - addirittura! - Sviatoslav Richter quale solista e non sollevò obbiezioni a che fossero l'Ouverture de l'Impresario di Mozart e l'Aus Italien di Richard Strauss a completare il programma, accettai al volo. E non potevo immaginare a quale eccezionale esperienza andavo incontro..."

(Claudio Tempo) Noi eravamo presenti a quel concerto. Fu un trionfo. Ma non ci sembra che lei voglia riferirsi a questo...

"No, infatti. Mi riferisco ad un episodio "dietro alle quinte" che nessuno conosce, credo. Nel corso del concerto Richter ebbe un improvviso vuoto di memoria. Per un paio di battute si trovò sperduto. Nonostante la mia giovane età e l'ancora scarsa esperienza, riuscii tuttavia a dominare l'imbarazzante situazione e a procedere diritto con l'orchestra, sicché Richter ebbe tempo di "reinserirsi". L'incidente passò innoservato o, comunque, non inficiò l'esito mirabile di quella esecuzione. Il pubblico, entusiasta, continuava ad applaudire, Richter invece era triste e turbato: quello "smarrimento" gli era insopportabile. Tant'è che mi propose - ma, in realtà, era quasi una preghiera - di rispondere alle clamorose richieste di bis tornando a eseguire da capo e per intero il Concerto di Ravel. Mi dissi d'accordo e comunicai di soppiatto all'orchestra la nostra decisione. Ma quando stavamo per tornare dalle quinte in palcoscenico venni bloccato da una delegazione dell'orchestra che si dichiarò contraria alla ripetizione dell'intero brano, anche se di modesta durata, una ventina di minuti. Risposi "Va bene. Io però ho il dovere di informare il pubblico che il maestro Richter ed io vorremmo ripetere il Concerto di Ravel, ma che ciò é impossibile perché l'orchestra si oppone".Fu, quello, il primo "faccia a faccia" della mia carriera con un certo sindacalismo che andava diffondendosi nelle orchestra italiane. Per fortuna fu un "faccia a faccia" di brevissima durata: sia le mie parole, sia il fatto che non tutti gli orchestrali condividevano la "tesi" della delegazione (ricordo lo sguardo fiammeggiante di dissenso del bravissimo e autorevolissimo primo violino, Osvaldo Palli, una vera "spalla" che durante le prove aveva sostenuto il mio lavoro con un entusiasmo professionale raro), tutti tornarono ai loro posti e il Concerto fu "bissato". Per intero e senza incidenti. Vidi Richter felice ..."

Dunque quel "bis" che in sala considerammo, per così dire, un eccesso di generosità, in realtà era dovuto al fatto che il grandissimo pianista voleva cancellare immediatamente una propria incertezza...

"Proprio così. E l'episodio si concluse l'indomani, quando Richter ed io, di partenza entrambi da Genova, ci incontrammo alla stazione. Richter mi chiese la partitura tascabile del Concerto di Ravel che avevo utilizzato durante l'esecuzione. Gliela porsi e lui la scorse in fretta, sino a quelle due battute dove la sua memoria si era inceppata. Trasse di tasca una penna e , sotto quelle battute, appose la sua firma. Quindi con un sorriso indefinibile, mi restituì la partitura e mi disse: "Ogni volta che dirigerai questo Concerto dovrai ricordare che io, in quel punto, sbagliai. Così deve essere". Dunque: come potrei non ricordare quel mio primo concerto a Genova?".

(da "Tutti pazzi per Muti", intervista al Maestro di Claudio Tempo - Il Secolo XIX, 6 Ottobre 1999)
Contributo di Guido Sarpero